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Barbaren

La serie “Barbaren” è una produzione @netflixde composta da 6 puntate, rilasciata il 23 ottobre nella piattaforma streaming. Il tema principale è uno degli avvenimenti storici oggetto dei miei studi (ragion per cui partivo un po’ prevenuta), ovvero quella che sui libri conosciamo come la disfatta di Teutoburgo del 9 d.C. In tale circostanza il governatore Publio Quintilio Varo, nominato da Augusto nel 7 d.C., cadde in una trappola perdendo le tre legioni sottoposte ai suoi comandi, la XVII, la XVIII e la XIX. Questa sconfitta segnò definitivamente il limes renano, ponendo così fine all’espansione romana su quel fronte e conducendo il povero Augusto sull’orlo di un esaurimento nervoso.

La produzione tedesca ci regala comunque un ottimo prodotto, che analizza l’evento da un punto di vista che siamo soliti trascurare: quello di Arminio. Ci sono molti aspetti positivi: la regia e la fotografia, la cui unica pecca potrebbe essere un uso smodato dello sfocato; le musiche e i costumi, riproduzioni abbastanza accurate di quelli dell’epoca; il cast, composto da attori di diverse nazionalità; ma in cima alla lista c’è sicuramente la lingua. La scelta di utilizzare sia il tedesco che il latino, infatti, contribuisce non solo a rimarcare la profonda differenza culturale tra i due popoli, ma anche a far immergere lo spettatore nell’atmosfera dell’epoca. Chiaramente il tedesco sostituisce l’alto-germanico e tutte le sue possibili sfumature per ovvie ragioni cinematografiche, mentre il latino classico dal suo canto si mostra musicale e scorrevole. Il tocco di classe è dato dalla scelta degli attori italiani per interpretare i principali personaggi romani, come Gaetano Aronica che vediamo nei panni di Varo, la cui cadenza nella lingua latina è fortemente distinguibile da quella dai personaggi tedeschi e viene sottolineata con alcune battute nella serie stessa. Da un punto di vista tecnico se si vuole proprio trovare il pelo nell’uovo si può notare qualche piccolo errore di montaggio, che contribuisce ad allontanare l’opera dall’eccellenza. Ma è principalmente nella sceneggiatura e nella scrittura dei personaggi che ho trovato le più grosse lacune. Partendo da questi, ci si aspetterebbe visto il tema della serie che il protagonista sia Arminio, tuttavia egli appare totalmente offuscato dal personaggio di Thusnelda. Lei si presenta al pubblico fin dal principio come la vera protagonista: è una donna forte e caparbia, una guerriera e una regina, circondata addirittura da un’aurea divina e leggendaria. Il suo personaggio pare essere il movente di tutto: è lei al centro del triangolo amoroso con Folkwin e Arminio, è lei a guidare l’attacco notturno e a sottrarre l’aquila dal castrum romano, è lei al centro della rabbia e dell’invidia del padre Segeste, è lei a salvare il fratello garantendosi il favore degli dei ed è lei infine a riunire tutte le tribù. Tutti gli altri personaggi non possono uscire che annichiliti dal suo confronto, Arminio compreso. Egli infatti si limita ad escogitare e tramare, ma quasi sempre nell’ombra. Il suo ruolo non è quello del leader carismatico che riunisce le tribù sotto il suo comando e le guida in quella che sarà una delle vittorie più emblematiche per il loro popolo, ma è quella di un uomo affranto da un profondo conflitto interiore, diviso tra due mondi e tradito da entrambi i suoi padri. Sulla base di tale costruzione del personaggio di Arminio si è riflesso anche il ruolo di Varo, che nella serie è presentato come una sorta di padre adottivo di Arminio, aspetto funzionale a spiegarci il perché egli si fidi ciecamente di lui. In realtà noi non sappiamo che legame ci fosse tra i due, le fonti da Tacito a Dione Cassio ci dicono solamente che nessuno riuscì a convincere Varo del tradimento del suo fedele collaboratore, nemmeno Segeste, che infatti anche nella serie è disposto ad offrirsi prigioniero pur di provare la veridicità del tradimento ordito da Arminio. Ragionandoci un attimo sarebbe stato strano il contrario: perché Varo non si sarebbe dovuto fidare di Arminio? Un suo sottoposto, che aveva addirittura raggiunto il rango di cavaliere e che fino a quel momento aveva sempre fedelmente servito Roma. In realtà Varo aveva sottovalutato la situazione renana, considerando “pacate” quelle tribù nelle quali invece serpeggiava ancora il grido di rivolta. Non servirebbe dunque un legame di parentela a spiegare né il tradimento di Arminio né la fiducia di Varo, questo si presenta come una mera scelta cinematografica che, condivisibile o meno, contribuisce comunque ad affidare al nostro teorico protagonista un’unica maschera. Esattamente come quella che indossa, tra l’altro piacevolmente ispirata al reperto archeologico di una maschera da parata di un legionario ritrovata a Teutoburgo, Arminio perde ogni forza e capacità di leadership. Storicamente egli viene descritto come un personaggio astuto, un ottimo guerriero come nessun altro della sua stirpe barbara, ed è lui che le tribù seguono, è lui a diventare segretamente reik dei Cherusci e a guidarli verso la vittoria. Il matrimonio con Thusnelda fu sicuramente strategico e utile a rafforzare la sua posizione all’interno del clan, scopo di tutti i matrimoni dell’epoca d’altronde, ma pare strano pensare che fosse la scelta della moglie l’unico motivo per cui interi clan decisero di unirsi in un unico grido di battaglia. Sembrerebbe più plausibile pensare che in realtà Arminio avesse sempre covato profondo rancore nei confronti di Roma, che l’aveva strappato alla propria famiglia, alla propria vita, per dargliene una nuova, magari anche migliore, ma pur sempre imposta. Stessa sorte aveva subito il fratello Flavus, solo nominato nella serie, il quale invece rimase sempre fedele all’Urbe, servendo sotto Germanico e combattendo contro il fratello nella successiva battaglia di Idistaviso. È anche possibile che questo rancore abbia spinto Arminio a meditare e attendere con pazienza il momento opportuno per attaccare, una volta che tutti ormai non avevano più motivo per dubitare di lui. Il personaggio di Ari, così viene chiamato nella serie con quello che probabilmente sarebbe un soprannome dato che il nome doveva essere Armin o Irmin, si dimostra quindi ben interpretato, ma con un grande potenziale poco sviluppato. La ricchezza di sottotrame, alcune delle quali ho prima citato e che girano in fin dei conti tutte intorno a Thusnelda, è chiaramente funzionale a riempire con la fantasia quei vuoti lasciati dalla storia e ad avvalorare il filo che fin dalla prima puntata conduce Arminio al tradimento. Il furto dell’aquila dal castrum romano da parte di Folkwin, Thusnelda e altri due compagni, nonostante sia un evento storicamente inesistente oltre che paradossale, costituisce il primo tassello nel conflitto interiore di Armin. L’intera opera si mostra dunque ben pensata e articolata, tuttavia la sopracitata ricchezza distoglie lo spettatore dalla tensione che dovrebbe condurre alla battaglia finale, vero fulcro dell’intera serie, alla quale infatti è dedicato un intero episodio. La sesta puntata però delude un po’ le aspettative, rappresentando uno scontro forse troppo rapido e poco storico. Questo infatti durò per ben tre giorni, svolgendosi su diversi fronti, con una serie di imboscate seguite da ritirate che si risolsero in un vero e proprio massacro. Le circostanze belliche sono descritte chiaramente e corrispondono al vero: le legioni si stavano spostando verso gli accampamenti invernali e Varo fu convinto da Arminio ad inoltrarsi in un nuovo percorso cogliendo così l’occasione di sedare una presunta rivolta in atto. Tuttavia, la strategia ideata da Arminio è descritta solo in parte e molto approssimativamente, quando invece si trattò di un attacco molto più articolato e pensato affinché nessuno avesse via di fuga. Effettivamente, come nella puntata, gli eventi furono favoriti dalla pioggia, che rese il terreno una trappola di fango per le pesanti armature legionarie, per i cavalli e i carri. Un altro punto dolente causato dalla rapidità della puntata, la quale comunque presenta delle scene di combattimento ben realizzate, è la morte di Varo. Egli si tolse la vita, esattamente come mostrato dalla serie, tuttavia questo avvenne solo sul finire del secondo giorno di combattimenti, quando Varo esausto comprese di non avere più alternative e considerò più onorevole morire per mano della propria lama. Vederlo combattere e non star fermo impietrito sul proprio destriero avrebbe reso giustizia al suo personaggio, privandolo dell’unica sfaccettatura di padre e governatore che gli era stata data, per mostrare invece al pubblico un altro aspetto, la ragione per cui Augusto scelse lui tra tutti: quello del soldato capace e fedele a Roma. L’intera battaglia è accompagnata dalle parole di uno splendido monologo fatto a posteriori da Ari, il quale si confida con la testa mozzata di Varo, confessandogli e spiegandogli le motivazioni del suo tradimento.

Arminio, accompagnato dalla metafora del lupo fin dalla seconda puntata, ne assume così finalmente le sembianze, trasformandosi da solitario a capo del suo branco.

P.S.: insegnate agli attori o alle controfigure a cavalcare senza le staffe, grazie.

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O Iulia, quare tu Iuliam es?

Se pensiamo a figure femminili importanti nell’antica Roma quasi istintivamente ci verrà in mente Giulia: una donna caparbia, romantica e alla costante ricerca della propria libertà. Ella è estremamente preziosa per noi storici, con la sua vita ha dato esempio manifesto di quale potesse essere il ruolo di una donna in una civiltà con morale e costumi tanto diversi dai nostri. La sua vita non fu sicuramente semplice o priva di disgrazie e tormenti; tuttavia questo, almeno fino ai suoi ultimi istanti, non fu mai per lei un motivo valido per perdere la propria risolutezza e speranza. Ma chi era effettivamente questa donna e quali furono le difficoltà che affrontò nella sua esistenza? Cercherò di raccontarvi nel modo più intrigante e rispettoso possibile la sua vita, che da allora fino ad oggi è sempre stata svelata al mondo senza riserve o delicatezza. 

La Giulia di cui sto parlando è ovviamente la figlia di Augusto e Scribonia. Sappiamo che nacque nell’ottobre del 39 a.C., ma per il resto ci sono arrivate poche notizie sulla sua infanzia. Visse nella Domus Augusta, dove fu istruita secondo le rigide regole previste da Augusto e sotto l’attento sguardo di Livia. L’educazione imposta era decisamente severa: doveva imparare a filare la lana, unico compito che si addiceva veramente ad una matrona, non doveva parlare in pubblico dei propri affari privati e doveva evitare il contatto con gli estranei. Da queste notizie possiamo immaginare quanto essere la figlia del nuovo pater patriae fosse allo stesso tempo privilegio e disdetta. Egli incarnava un doppio ruolo di padre, rafforzando così la presa sulla sua unica figlia ed erede, la quale doveva più di tutti aveva l’obbligo di rispondere scrupolosamente alla nuova morale augustea. Se il rapporto con il padre non fu dei migliori, anche quello con Livia non fu di reciproco amore e accordo. Tacito la chiama “noverca”, ovvero matrigna, che per chi si ricorda Cenerentola non ha proprio un’accezione positiva. In ogni caso Giulia riceve un’ottima educazione, i suoi maestri le trasmettono l’amore per la letteratura e la cultura. Una passione che lei coltiverà anche in età matura e che condividerà con la madre Scribonia. Nella Domus, però, non rimane a lungo l’unica bambina presente. Aveva infatti solo due anni quando Livia fece la sua entrata in scena portando con sé due bambini: Tiberio di circa cinque anni e Druso ancora in grembo. Nel 32 a.C. si aggiunsero anche i figli di Ottavia, passati benevolmente sotto la tutela del fratello: Marcello, Marcella Maggiore e Minore, Antonia Maggiore e Minore, ma soprattutto Iullo. Quest’ultimo, figlio di Antonio e Fulvia, sarà uno degli uomini più importanti nella vita di Giulia. 

Ma partiamo dal principio: il primo matrimonio fu organizzato per lei all’età di due anni, promessa in sposa ad Antonio, primogenito del triumviro. Non c’è bisogno di spiegarvi perché quest’unione non vide mai la luce. Nel 25 a.C., però, arrivò l’occasione giusta: così una Giulia quattordicenne andò in sposa a Marcello, suo cugino. Questa fu la prima effettiva unione della ragazza, per quel poco che durò fu un matrimonio felice. Giulia era un’adolescente libera e disinvolta, che scopriva la libertà e l’indipendenza della vita matrimoniale. L’amore del popolo nei confronti di questa coppia promessa, probabilmente contribuì ad aumentare il suo ego e il suo romanticismo. Tuttavia, l’idillio ebbe vita breve: solo due anni dopo Marcello morì improvvisamente, lasciando Giulia di nuovo alla tutela del padre. Chi gioì di questa situazione fu senza ombra di dubbio Agrippa, del quale possiamo immaginare il colorito nel momento in cui non solo aveva dovuto vedersi surclassato da un diciasettenne, ma era pure stato costretto a sposarlo con la fanciulla che avrebbe desiderato per sé, dato che (stranamente) Augusto era malato e non poté officiare il rito (dalla regia mi dicono comunque che il colorito di Agrippa fosse simile a quello della strega dell’Ovest in quell’occasione). In ogni caso, la morte di Marcello accese un occhio di bue su Agrippa, il quale infatti sposò Giulia nel 21 a.C., nonostante fosse vent’anni più grande di lei. Questo matrimonio fu per Giulia forse ancora più libero del precedente, dal momento che ella era più matura e iniziava a comprendere cosa voleva dalla propria vita. Cominciò a coltivare il proprio interesse letterario e politico, entrando a far parte di un circolo di intellettuali del quale diventerà protettrice negli anni a venire. Ma per quanto riguarda l’unione in sé non si può dire che fu felice o soddisfacente per la ragazza, che probabilmente la visse male la fine del sogno di futura coppia imperiale e felice che aveva condiviso con Marcello. Agrippa non avrebbe potuto rimpiazzarlo: egli era infatti un homo novus, dunque il suo rango non era pari a quello di Giulia. La fanciulla perciò presto si rifugiò in altri rapporti. Fu forse a partire da questo momento, infatti, che recuperò i rapporti con Iullo, con il quale fin da bambino aveva avuto particolare intesa e affinità. Ella sfruttò abilmente la posizione che le garantiva essere al contempo la figlia di Augusto e la moglie di Agrippa; ed è vero che spesso fece ciò in modo spregiudicato, ma mai quanto la leggenda nera intrisa di lussuria vuole tramandare. Non mi sembra un caso, tra l’altro, che una donna forte e indipendente venga tra tutti i peccati tacciata proprio di lussuria. Ella era una donna brillante e scaltra, che sapeva sfruttare l’adulterio come strumento politico, rispondendo alle accuse con la caratteristica ironia che la contraddistingueva. Macrobio ci racconta che a chi si stupiva che i suoi figli somigliassero così tanto ad Agrippa, infatti, soleva rispondere “non prendo mai passeggeri se non quando la nave ha fatto il pieno”. Da questo strano matrimonio nacquero appunto cinque figli, accomunati tutti da un destino controverso: Gaio, Giulia Minore (Iuliola), Lucio, Agrippina Maggiore e Agrippa Postumo. Oltre a queste gioie materne, l’unione con il braccio destro di Augusto, portò a Giulia un’altra grande soddisfazione: la possibilità di compiere a fianco del marito un esaltante viaggio in Oriente, durante il quale fu riverita come una divinità e onorata come una sovrana ellenistica. Particolare, durante questo viaggio fu l’escursione che ella decise di intraprendere ad Ilio. Questa ci dice tanto della sua personalità passionale e romantica, intrisa della letteratura classica che amava con tanto ardore. Pensate quanto abbia potuto essere emozionante per una fanciulla cresciuta nel mito dell’Iliade poter visitare quei luoghi colmi di storia e leggenda, posare i suoi piedi sulla stessa terra dove li posarono i grandi eroi come Achille. Giulia, però, fu costretta ancora una volta a risvegliarsi, stavolta per vivere quello che sarebbe diventato un incubo. Nell’11 a.C., dopo la dipartita di Agrippa, sposò Tiberio. Questo fu il matrimonio più infelice e devastante tra tutti. L’unione, inizialmente nata in un clima perlomeno di quiete, s’infranse rapidamente dopo la perdita prematura del loro unico figlio. Tiberio e Giulia avevano due concezioni di vita diametralmente opposte alle quali si aggiungevano due personalità per certi versi uguali e per altri contrastanti. Per Tiberio il posto di una donna era tra le mura della domus, per Giulia il suo posto era nei circoli letterari e politici. Giulia era caparbia, risoluta e perseverante, esattamente come Tiberio, ma la solarità di lei era inconciliabile con l’oscurità di lui. Ella aveva un animo ribelle, bramava infrangere ogni convenzione, convinta del proprio nome e del proprio ruolo, come dimostra la sua emblematica frase: “se egli dimentica di essere Augusto, io ricordo di essere la figlia di Augusto”. Egli, invece, preferiva celarsi, apparire il meno possibile, vivendo nel rispetto delle regole e della morale. La forza e l’astuzia di Giulia erano eccessive per Tiberio, il quale finì per ritirarsi a Rodi. Secondo alcuni il ritiro fu imposto da Augusto, dopo che Giulia l’avrebbe accusato di cospirare contro i suoi figli Gaio e Lucio che in quel momento erano gli astri ascendenti alla successione. Gaio e Lucio però non andarono incontro al destino augurato e così anche Giulia perse repentinamente il suo potere e la sua influenza, prima come madre degli eredi poi come figlia di Augusto. Fu ancora una volta il suo romanticismo a sancire il passo falso definitivo. Giulia, durante l’assenza di Tiberio, espresse al massimo la propria libertà, legandosi profondamente e sinceramente a Iullo. Iniziò a vivere un nuovo sogno che vedeva lei come Cleopatra e lui come Antonio alla guida dell’Egitto, la cui realizzazione avrebbe contemplato il parricidio, come suggerisce Plinio. Stavolta lo stanco padre non avrebbe potuto ignorare l’affronto. La congiura fu sventata nel 2 a.C., Iullo fu condannato a morte insieme ad altri personaggi a lui legati, Giulia fu accusata di adulterio e condannata alla relegatio sull’isola di Ventotene. Morì a Rhegium. Tacito ci dice che Tiberio, diventato imperatore, “la lasciò perire di miseria e di lenta consunzione, disonorata e priva di ogni speranza”. 

In questo tragico modo, che può riportare alla mente l’epilogo della sua omonima shakespeariana morta per amore e senza speranza, volge al termine la vita di Giulia.
La sua storia è quella di una donna, indipendente, passionale, determinata, la quale nonostante subisca periodicamente l’influenza di un nuovo uomo, non perde mai di vista i propri obiettivi e la propria identità. Non ebbe mai paura di esporsi, non imparò mai per questo a dissimulare, segnando così forse il proprio destino. Fu una donna estremamente vera, nei suoi pregi e nei suoi difetti.
Ella fino alla fine amò profondamente la realtà in cui viveva, la stessa che se solo fosse nata uomo le avrebbe concesso senza malelingue, senza pregiudizi e morali da parte di contemporanei e posteri, la libertà che tanto aveva agognato fin da bambina. 

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Hear them roar!

Il topos del diverso
dall’epoca romana alla letteratura contemporanea 

Nell’arco della nostra vita molti di noi hanno incontrato delle difficoltà fisiche o psicologiche, a volte una semplice influenza, a volte purtroppo qualcosa di più grave.
In certi casi i protagonisti non eravamo noi, ma nostri parenti, amici o compagni di classe, a volte invece erano dei personaggi storici o dei personaggi fantastici. Così per necessità ci siamo dovuti fermare a riflettere su questa condizione, abbiamo cercato di essere sensibili, gentili, premurosi, per comprendere le difficoltà e soprattutto per aiutare gli altri ad affrontarle. Tuttavia, la disabilità e la diversità rimangono temi delicati e per molti di non semplice comprensione o accettazione. L’educazione deve fare la sua parte e questa può essere diretta, che arriva quindi dalle parole dei nostri genitori, o indiretta, che arriva invece da altre fonti come dalla storia o dalla letteratura.
Voglio cercare di affrontare questo tema in un modo particolare, prendendo spunto da entrambe e analizzando così la storia di due figure che a mio parere sono analoghe e complementari: Tiberio Claudio Druso e Tyrion Lannister

Andiamo con ordine e partiamo dal primo. 

Tiberio Claudio Druso, conosciuto semplicemente come Claudio, nasce a Lione nel 10 a.C. dall’unione di Druso Maggiore e Antonia Minore. Egli rimane orfano del padre in tenera età e cresce nella Domus Augusta sotto le attenzioni dei componenti della propria famiglia: Augusto, Livia, Tiberio e Antonia. Tuttavia, fin dall’infanzia emergono le prime difficoltà fisiche: zoppica, ha difficoltà a parlare ed è tormentato da un tremolio continuo. Le fonti ci dicono che era oggetto di scherno e vergogna all’interno della sua stessa famiglia, tanto che sua madre Antonia lo definiva “un cancro” e sua sorella Livilla lo odiava a tal punto che si augurava di non vederlo mai diventare imperatore. Svetonio non è da meno nel capitolo dedicato a lui nella Vita dei Cesari, infatti lo descrive come un uomo di indole sanguinaria e crudele, soggiogato dalle proprie mogli (prima Valeria Messalina e poi Agrippina Minore) e dai propri liberti, dedito alle donne, al vino e al gioco. Seneca rincara la dose (o meglio lo pseudo-Seneca) nell’Apokolokyntosis, paragonando la sua voce a quella dei grandi cetacei. Claudio viene descritto quindi come un mostro: è capace di phone ma non di dialektos come direbbe Aristotele, ha continuamente la schiuma alla bocca e le narici che colano, non è nemmeno in grado di tenere a freno la propria ira, tanto meno la propria lingua che, quando finalmente riesce a tirar fuori parole comprensibili, lo fa con freddure o in momenti inopportuni. Il fatto che Claudio avesse delle gravi difficoltà fisiche è indubbio, alcuni ipotizzano che fossero state causate dalla sofferenza fetale durante il parto stesso. Ciò che è da mettere in discussione è la sua effettiva demenza, che pare parte integrante del motivo di accostamento alla sfera bestiale. Le fonti però ci dicono che si dedicò allo studio del greco e che era un grande appassionato di storia, tanto che si diede alla scrittura di due opere storiografiche. Era acuto e brillante anche quando declamava le proprie orazioni, tanto che Augusto si disse colpito dalla sua bravura in una lettera diretta a Livia. Gli scambi epistolari in cui Claudio è protagonista sono numerosi, spesso Augusto, anche spinto dall’insistenza di Livia, s’interroga su quale sia il ruolo adatto al nipote. Tuttavia, la scelta migliore sembrerebbe quella di farlo rimanere in disparte, il più possibile.
Ma si può affermare che questa fosse effettivamente una scelta a danno di Claudio e non a suo favore? Se si osservano i fatti da un altro punto di vista si può ipotizzare che forse le scelte di Augusto e Livia furono compiute a tutela del nipote, che la loro fosse premura al fine di non esporlo alla crudeltà del mondo che stava fuori dalle mura della domus, anche e soprattutto in virtù di ciò che egli doveva rappresentare. Nell’intimità, inoltre, Claudio non solo ricevette comunque distinti onori che gli assicurarono una modesta posizione sociale ed economica, ma per lui furono progettate anche importanti unioni matrimoniali. Non si può certo affermare che per lui fosse prevista la successione imperiale, motivo per cui Buongiorno nella recente monografia lo chiama “il principe inatteso”, ma pare comunque che non ci si dimenticasse il legame di sangue che lo rendeva a tutti gli effetti membro della famiglia imperiale. In ogni caso la malattia di Claudio non poteva essere compresa in quel particolare contesto sociale e culturale. I Romani non erano aperti alla comprensione e all’accettazione del diverso. Lui appariva davvero troppo strano, soprattutto se paragonato al fratello Germanico, un comandante prestante, glorioso e amato dal popolo; Claudio non era niente di tutto ciò, al contrario era fragile, cagionevole e amava rintanarsi nel suo mondo fatto di lettere e antichità, tanto da evitare persino il contatto fisico (Svetonio ci dice che soleva ripetere in continuazione «parla ma non mi toccare»).
Gli studiosi contemporanei hanno riflettuto molto sulla sua condizione, cercando di comprendere quale fosse il male che lo affliggeva, oggi l’ipotesi più considerata è che fosse afflitto dalla sindrome di Tourette. La sorte non fu gentile con lui, la cui unica colpa era quella di essere nato diverso dagli altri. E forse l’opera di tutela messa in atto dai propri familiari fu proprio vanificata dalla sua inaspettata nomina imperiale dopo la morte dell’irriverente nipote.
Claudio in quel momento divenne improvvisamente protagonista della scena, ma quando finalmente si sollevò il sipario rimase accecato dalla luce dei riflettori.  

E Tyrion invece? 

Tyrion Lannister nasce nel 274° anno dopo la conquista del continente occidentale da parte di Aegon Targaryen, in un’importante famiglia aristocratica, che riuscirà ad arrivare al Trono di Spade. È figlio di Tywin Lannister e di sua moglie Joanna, la quale però perisce nel darlo alla luce. Tyrion così cresce con una sola figura genitoriale, quella paterna, per la quale allo stesso modo di Claudio rappresenta un “cancro”; inoltre, accusato della morte della madre, si attira l’odio della sorella Cersei, che trascorrerà la propria esistenza a tormentarlo. Tyrion viene al mondo con un’appariscente diversità, è infatti affetto da nanismo e la sua condizione è esplicito motivo di vergogna per l’intera famiglia.
Tuttavia, proprio come Claudio, è dedito allo studio ed ha una mente molto acuta, tanto da guadagnarsi l’epiteto del “più intelligente dei Lannister”. Trascorre la propria infanzia nell’ombra dei fratelli, soprattutto in quella di Jaime che esattamente come Germanico ha una brillante carriera militare ed è designato come erede principale della dinastia.
Tyrion nell’immaginario collettivo assume le sembianze di un mostriciattolo, motivo per il quale viene soprannominato “il folletto”. L’autore ce lo descrive con le ginocchia storte e le gambe corte, gli occhi distanti e di colore diverso, e un volto grottesco e spigoloso, inquadrato da capelli talmente biondi da essere quasi bianchi. Condivide con Claudio anche le stesse apparenti passioni: donne, vino e gioco; alle quali potremmo aggiungere l’indole crudele dettata dalle necessità del caso. Ma dietro a ciò che pensa la gente di lui, alla sua cattiva fama, o meglio alla maschera del suo personaggio, c’è un uomo sensibile, che vive con profondo dolore la propria condizione, che soffre per il mancato amore del padre, il quale nonostante la severità si sforza comunque di garantirgli buone posizioni in nome della famiglia, proprio come fece Augusto con Claudio; c’è un uomo che in nome della famiglia è disposto a sopportare soprusi e scherni persino da parte del diabolico nipote (che stavolta si chiama Joffrey e non Caligola). La sua condizione fisica gli impedisce di combattere e dunque di essere ciò che la sua società definisce “uomo”, ma la sua abilità oratoria e la sua arguzia gli consentono di districarsi anche nelle situazioni più complicate, come nelle aule di tribunale dove, come il nostro imperatore, finisce spesso, anche se dalla parte dell’imputato. Tuttavia, la sua smisurata sensibilità lo porterà ad affezionarsi spesso troppo rapidamente alle persone o ad affidarsi a quelle sbagliate, specialmente donne, in una trama che ci può ricordare la sorte di Claudio con Agrippina.
Daenerys lo nominerà primo cavaliere, così anche lui finirà per ricoprire un ruolo da protagonista sulla scena, ma i riflettori che si accenderanno per lui
saranno di fuoco e cenere

Ora che George Martin abbia preso spunto dalla storia per le proprie opere, soprattutto ed anche dalla storia romana, non è una novità. È stato lui stesso, infatti, ad affermarlo in diverse interviste. Non si sa se effettivamente per il personaggio di Tyrion abbia preso spunto o meno da Claudio, tuttavia queste similitudini che sono andata a cercare non sono funzionali a mettere in luce una mera analogia tra due personaggi, ma volgono ad evidenziare le modalità comuni di trattare un tema, quello della diversità.
Questo topos, infatti, giunge ai giorni nostri con gli stessi luoghi comuni descrittivi usati dagli autori antichi: disumanizzazione del diverso che sfocia nel mostruoso; isolamento sociale e scherno della disabilità; compensazione dei deficit motori con l’arguzia mentale, la quale comunque non è sufficiente per colmare il vuoto della fisicità e finisce per essere ulteriore oggetto di discredito. 

E noi come ci poniamo di fronte alla diversità? Siamo in grado di andare oltre luoghi comuni e pregiudizi per provare la giusta empatia e simpatia per due personaggi che condividono la stessa sorte e che desiderano far valere la propria voce?

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Ephysius

Soldato romano e martire cristiano

Questa giornata avrebbe dovuto essere molto diversa per ognuno di noi: avremmo dovuto trovarci nelle strade di Cagliari, magari vestiti dei nostri colorati abiti tradizionali, magari sulle traccas in mezzo al profumo dei fiori o a cavallo accompagnati dal suono di mille sonagli; avremmo dovuto pregare in processione dietro al cocchio e cantare all’unisono quei goccius che persino i bambini cantano a modo loro, imitando un po’ i suoni di quella lingua antica che alle loro orecchie suona un po’ strana; e quando sarebbe scesa la notte avremmo dovuto aspettare l’arrivo del Santo con trepidazione nella flebile luce delle candele e negli appariscenti fuochi d’artificio. Quest’anno, però, sarà tutto diverso: i nostri abiti rimarranno negli armadi, i nostri cori gioiosi non faranno eco per le strade, i vestiti del caro Efisio avranno una punta di nero, nel ricordo dei nostri morti ed egli camminerà da solo, non accompagnato dal dolce tintinnio dei buoi, ma dal motore di una macchina. 
In una situazione tanto anomala, tuttavia, ci sono due cose che rimangono immutate: la nostra devozione e passione per la tradizione, che riuscirà a farci sentire tutti più vicini in mezzo a tanta solitudine, e quella che è stata la storia di un giovane uomo, soldato per i Romani e martire per i cristiani.
Ed oggi, ve la racconto
… 

Quello che noi conosciamo con i svariati nominativi di Efisio, Efisieddu per gli amici o più compostamente martiri gloriosu, era in realtà un semplice soldato romano. Perlomeno, così inizia la sua vita che ci è raccontata dall’abile mano di un presbitero chiamato Marcus, il quale si prende appunto la briga di trascrivere la Passio Sancti Ephysi. Il nostro caro Efisio nacque ad Elia (Antiochia) nel 250 d.C., in Asia Minore, da una nobildonna pagana e un uomo cristiano. Tuttavia, non si avvicina alla fede cristiana perché rimane presto orfano del padre e la madre, Alessandria, lo cresce secondo i propri principi culturali e religiosi. Raggiunta la giovane età e spinto dal volere della madre, decide di arruolarsi nell’esercito di Diocleziano, per prestare così servizio come soldato ed essere una risorsa utile nella persecuzione a danno dei cristiani. La convinzione in tale iniziativa lo abbandonò non molto tempo dopo: una notte, infatti, mentre si trovava di stanza in Italia ebbe la rivelazione divina. Efisio decise così di convertirsi facendosi battezzare a Gaeta, riuscì a farsi fabbricare una croce d’argento e giurò che da quel momento avrebbe dedicato la sua vita a Dio. Ma come giunse in Sardegna? Pare che qualcuno gli avesse dato notizia che in quella terra vivesse una popolazione brutale, dedita all’idolatria, che rifiutava di sottomettersi a Roma e seminava terrore tra Cagliari e Arborea, la chiamavano barbarica gens. Una volta giunto nell’isola, portò avanti una dura battaglia contro questo popolo, il quale finì per ritirarsi dopo aver saputo che ad Efisio era stata donata la romphea, la spada che lo avrebbe portato alla vittoria contro ogni nemico. Concluso il suo impegno militare raggiunse Karales (Cagliari) e qui comunicò a Diocleziano tramite una lettera di aver portato a termine il proprio compito in nome del Signore, concludendo con un invito per l’imperatore a convertirsi. Diocleziano, che apprezzò il consiglio, ribadì la propria posizione sottoponendo Efisio a processo e stabilendo che fosse condannato a morte se non avesse rinnegato la propria fede. Fu il tribunale del praeses Iulicus a condannarlo a vari supplizi, ma proprio in quest’occasione Dio si mostrò ancora una volta dalla parte di Efisio, rimarginando ogni sua ferita; un altro miracolo avvenne quando Efisio chiese di essere accompagnato al templum Apollinis, poiché i simulacri degli dei caddero in mille pezzi. Tuttavia, i miracoli non fermarono le sofferenze, che continuarono ad essergli inferte anche sotto il nuovo praeses Flavianus, il quale infine emanò la sentenza di morte. Efisio fu allora condotto a Nora, dove venne giustiziato tramite decapitazione il 15 gennaio del 303 d.C. 
Le sue ultime parole furono le seguenti:  

«Ti chiedo anche, o Signore, di difendere questa città del popolo cagliaritano dalle incursioni dei nemici e fa che si allontanino dal culto degli idoli e respingano gli inganni dei diavoli e riconoscano come vero, unico Dio, Gesù Cristo, Nostro Signore. E quanti fra loro soffriranno per qualche malattia, se verranno nel luogo dove sarà posto il mio corpo, per recuperare la salute o se altrimenti si troveranno stretti dai flutti del mare o saranno oppressi da popoli barbari o saranno rovinati da carestie o da pesti, dopo aver pregato me, servo tuo, siano salvi per Te, Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, Luce dalla Luce, e siano liberati dalle loro sofferenze».

È sulla base di questo fantastico racconto agiografico che trovano fondamento i nostri voti, sia quello del 1656 sia quello del 1793, ed ogni anno, non importa cosa accada,
noi sardi terremo fede alle nostre promesse

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L’imitatio Alexandri

Il mito del Macedone nell’antica Roma

L’articolo di questa settimana un argomento un po’ particolare, forse meno lineare e più complesso dei precedenti, ma vi assicuro altrettanto affascinante. Il filo rosso è Alessandro il Grande. La sua fama e la sua leggenda hanno attraversato i secoli fino ad arrivare ai giorni nostri. Oggi, infatti, ognuno di noi può immediatamente associare al nome un ricordo, un’immagine, un volto. Quello che associo subito io è il volto di Alessandro ritratto nel mosaico pavimentale della Villa del Fauno a Pompei (ovviamente in classifica viene dopo la faccia di Colin Farrell che l’ha interpretato in Alexander, se non l’avete ancora visto fatelo, giuro che stavolta non si trasforma in Johnny Depp alla fine del film). Questo mosaico ci dimostra che prima di entrare nelle nostre case con i libri di scuola, Alessandro entrò in quelle dei romani come forma d’arte e fonte d’ispirazione. L’affascinante immagine del comandante Macedone, infatti, attirò l’attenzione di molti uomini, alcuni dei quali trascorsero la propria vita ad imitarlo. Tre furono i modelli presi in considerazione: l’Alessandro uomo, modello per ogni comune mortale; l’Alessandro βασιλεὺς, modello per i re antichi; e l’Alessandro generale, modello per i grandi condottieri di tutta la storia (si pensi solo a Napoleone Bonaparte), ma soprattutto e in primo luogo per quelli romani. 

Premetto che questo è veramente un macro argomento della storiografia classica, quindi mi limiterò qui a farvi solo alcuni esempi, quelli a parer mio più famosi e i più emblematici. 

Il primo esempio rilevante che possiamo ricordare è quello di Gneo Pompeo Magno.
Egli, infatti, raggiunto l’apice della sua gloria, iniziò a considerarsi un novello Alessandro, cercando di imitarlo sia nell’estetica che nelle gesta, e andando così ben oltre l’epiteto che già li accomunava. In uno dei suoi più famosi ritratti Pompeo viene raffigurato un taglio di capelli molto particolare, chiamato anastolé, lo stesso di Alessandro. In occasione della celebrazione del proprio trionfo aveva pensato di entrare a Roma su un carro trainato da elefanti, ma per questioni tecniche che potete immaginare (se non ve le immaginate ve lo dico, la Porta Triumphalis era troppo stretta), fu costretto ad accontentarsi di una quadriga di cavalli, limitando la propria imitatio Alexandri all’indossare la clamide al posto della toga picta

Il secondo esempio è quello di Gaio Giulio Cesare. Egli chiaramente non poteva essere da meno del suo avversario (che poi secondo me si amavano, ma questo ve lo racconterò un’altra volta), così anche lui fece riferimento ad Alessandro e lo fece a modo suo, con molto più pathos e molto più in grande. Visse ossessionato dalla realizzazione dell’impero universale, per il quale si spinse alla conquista dell’Oriente, dell’Africa e dell’Iberia, richiamando così le gesta lasciate in sospeso dal Macedone. Svetonio ci racconta inoltre che Cesare scoppiò in lacrime dinnanzi ad un’immagine di Alessandro, rimproverandosi di non aver compiuto gesta memorabili ad un’età in cui l’eroe invece aveva già conquistato tutto il mondo (Cesare, pensa un po’ come ci sentiamo noi poracci che studiamo all’Università). 

Il terzo esempio è quello di Ottaviano Augusto (non può mai mancare, è sempre in mezzo come il prezzemolo). La sua fu forse l’imitatio Alexandri più intensa, favorita dall’ampia corte di intellettuali al servizio della sua propaganda. Egli, all’inizio della sua fama, si fece spesso raffigurare come un giovane eroe, l’immagine standard di Alessandro insomma, che contribuì a diffondere sul giovane erede di Cesare un’aurea di eccezionalità. Sempre Svetonio ci riferisce una leggenda sulla nascita di Augusto: la madre Atia, recatasi a mezzanotte ad una cerimonia in onore di Apollo, si sarebbe addormentata in una lettiga all’interno del tempio del dio; mentre dormiva la donna avrebbe sognato un serpente che le si attorcigliava intorno al corpo, il segno le sarebbe rimasto impresso sul ventre e nove mesi dopo nacque Augusto, che per questo sarebbe stato considerato figlio di Apollo. Storia che sembra essere davvero molto simile a quella di Olimpiade ed Alessandro. Lo stesso autore, inoltre, racconta del sonno che si sarebbe impossessato di Ottaviano prima della battaglia di Nauloco, chiaramente ispirato a quello che ebbe la meglio su Alessandro alla vigilia di quella di Gaugamela. Augusto agì anche in prima persona, infatti espresse chiaramente nelle Res Gestae la volontà di prendere come modello Alessandro, descrivendo le proprie imprese in modo tale che l’accostamento a quelle del Grande fosse immediato e inevitabile. 

Potrei andare avanti all’infinito con questi esempi, potrei parlarvi di Antonio, Caligola, Germanico, Commodo, Giuliano, ma mi rendo conto che in questo modo vi farei crollare sulla tastiera. Credo infondo che siano sufficienti questi tre grandi nomi per farvi comprendere che Alessandro fu un vero e proprio “luogo comune” per l’antichità, lo fu la sua immagine, lo furono le sue gesta e lo fu la sua leggenda. Tuttavia, non fu sempre semplice per i Romani poter compiere l’imitatio pubblicamente. Egli era sì un grande generale, aveva fondato un impero e portato la Macedonia e la Grecia alla gloria, ma era anche simbolo di tutto ciò che Roma aveva cercato di tenere distante per secoli: l’ellenismo. Catone si era battuto fino alla morte per impedire che la sua influenza arrivasse a Roma e turbasse il ligio mos maiorum. Il riferimento alla sua immagine implicava dunque molta premura e cautela, specie durante la Repubblica e la prima fase dell’Impero quando l’ispirazione ad un uomo che era stato Re dei Re poteva non essere ben vista dal Senato. Non a caso, per tornare al bellissimo mosaico che ho citato all’inizio, tali raffigurazioni abbellivano le case di Pompei e non quelle di Roma. 
In fin dei conti, i Romani furono costretti ad imitare un’altra peculiarità di Alessandro: l’eterocromia. Se egli aveva «nell’occhio nero lo sperar, più vano» e «nell’occhio azzurro il desiar, più forte»; loro impararono ad aver in un occhio il rispetto della tradizione e nell’altro il fascino per l’ellenismo.  


Per approfondimenti: 

G. Cresci Marrone, Imitatio Alexandri in età augustea.
L. Braccesi, L’Alessandro occidentale: il macedone e Roma.
G. Nenci, L’imitatio Alexandri.
P. Treves, Il mito di Alessandro e la Roma d’Augusto
P. Zanker, Augusto e il potere delle immagini
L’ultimo passo fa parte di uno splendido componimento di Pascoli del 1904, l’Alexandros

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Buon compleanno Roma

Tra leggenda e realtà

Oggi, in onore del compleanno di Roma, parleremo della sua fondazione.
Nel marasma di datazioni offerteci dagli autori, quella che si è imposta su tutte diventando canonica è il 21 aprile del 753 a.C., trasmessa da Varrone.
Pare dunque che in questo fatidico giorno di primavera, Roma vide la luce.
La necessità di scegliere una data precisa nasce dal poter festeggiare la ricorrenza, ma fu effettivamente in un solo giorno che sorse l’Urbe? E soprattutto, in che modo fu fondata? Non si può raccontare questo avvenimento senza tener conto delle due facce della medaglia: leggenda e realtà

(E ragazzi? Se non la leggete cantando non siete nessuno!) 

Fu tanto tempo fa, per le genti d’Ilio erano guai e imperversava bruta degli Achei la follia.
E nel pericolo Enea prese padre e figlio con sé, e tra onde e mare si spostò un po’ più su.
Ma quando arrivò, fu costretto a battersi, i nemici sottoterra li spedì.
Così tutto tornò tranquillo come mai e lo saprai che poi anche Lavinia si sposò?
Te lo diciamo noi, sì bella. Così fondò una nuova città. Anche se sembra impossibile c’è anche di più: Romolo e Remo discendono da lui! Sebbene può sembrarti strano, questa è la realtà!

(Ora torno a fare la persona seria e lascio i classici Disney al loro posto, promesso.) 

Romolo e Remo erano figli del dio Marte e di Rea Silvia, quest’ultima, figlia del re Numitore, era stata costretta dall’usurpatore suo zio Amulio a vestire i panni della vestale così che non potesse avere figli, i quali sarebbero stati i legittimi eredi al trono.
Tuttavia, il dio Marte non ebbe molta premura di rispettare la sua verginità e da questa unione nacquero appunto due gemelli. Quando si diffuse la notizia, l’usurpatore ordinò che fossero uccisi. Lo schiavo incaricato, però, non ne ebbe il cuore e li lasciò in balia dello stesso fiume nel quale avrebbe dovuto affogarli. La Fortuna volle che fossero trovati.
Prima da una lupa, che se ne prese cura aiutata da un picchio, poi da un pastore, Faustolo, che li accudì insieme a sua moglie Acca Larenzia. L’interpretazione del mito vede una sovrapposizione tra la figura della lupa e quella di Larenzia, la quale sarebbe stata in realtà una lupae, ovvero una prostituta. Quando furono abbastanza grandi ai gemelli fu raccontata la verità sulle loro origini, così decisero di fare ritorno ad Alba Longa per vendetta. Restituirono il trono al nonno Numitore, il quale concesse loro di fondare una nuova città nel luogo in cui erano cresciuti. 

Qui, lascio la parola a Livio: 

«Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, interrogati mediante aruspici, chi avrebbe dato il nome alla città e chi vi avrebbe regnato. Per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l’Aventino. Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi dodici quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re entrambi. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti.
Ne nacque una discussione e dallo scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra. È più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette e quindi Romolo, al colmo dell’ira, l’avrebbe ucciso aggiungendo queste parole di sfida:
«Così, d’ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura».
In questo modo Romolo s’impossessò del potere e la città prese il nome del suo fondatore.»

Così si conclude dunque il mitico racconto della fondazione. È importante non trascurarlo, perché da esso possiamo comunque trarre informazioni rilevanti che possono anche avere riscontro nei dati archeologici. Questi, tuttavia, ci riportano una storia un po’ più lunga, come infatti si dice “Roma non fu fondata in un giorno”. Il processo fu effettivamente complesso e articolato in diverse fasi. Protagoniste furono le popolazioni che abitavano quelle terre da tempi forse molto più antichi, come lascia dedurre il ritrovamento delle tracce di un primo insediamento stabile appartenente all’Età del Bronzo.
Sulla base degli studi dell’archeologo Carandini possiamo ritenere che l’atto concreto di fondazione non fu poi probabilmente così lontano dalla data stabilita da Varrone.
In questa occasione Romolo, a seguito dell’esito favorevole ottenuto mediante il rito dell’inauguratio, avrebbe aggiogato una vacca e un toro tracciando così il pomerium, il solco destinato a delimitare la città. A seguito di ciò ci furono altre fasi: una nell’VIII secolo a.C., nella quale le aree delle necropoli appaiono già definitivamente dislocate in settori marginali rispetto all’area urbana e nella quale fu costruito un vero e proprio muro di fortificazione; una nel VII secolo a.C., nella quale la tradizione colloca l’accrescimento delle strutture politico-militari dell’Urbe, le curiae veteres sono infatti affiancate da quelle novae, e nella quale appaiono anche formate le principali strutture urbane; infine, una nel VI secolo a.C., corrispondente all’epoca della monarchia etrusca, la quale può essere considerata come l’ultima grande fase di fondazione della Roma arcaica. 

Così in queste vicende leggenda e realtà storica
paiono davvero inseparabili e imprescindibili.
Insieme raccontano la storia di Roma: una città che fu Regno, Repubblica e Impero


Fonti:
Plutarco, Vita di Romolo
Livio, Ab Urbe Condita

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Tiberio Claudio Nerone

Il principe tenebroso

Tutti almeno una volta nella vita ci siamo persi nel dedalo della dinastia giulio-claudia, finendo per imbatterci nel personaggio di Tiberio. Chi si ricorda vagamente di lui lo identificherà semplicemente come “quello che viene dopo Augusto”, chi invece ha un ricordo un po’ più definito probabilmente penserà “quello prima di Caligola”, chi proprio lo ha scolpito nella memoria esclamerà subito “ah, il Severus Piton dell’antica Roma”.
Non posso biasimarvi dal momento che sono gli stessi autori antichi, come Tacito e Svetonio, a parlare di lui in modo deprecabile. Tuttavia, avrei qualche parola a difesa del princeps tenebroso. Credo che nel raccontarvi la sua storia possiate arrivare voi stessi (se sapete provare un minimo di empatia) a capire cosa c’è dietro l’immagine comune

Tiberio Claudio Nerone nasce il 16 novembre del 42 a.C. (per chi fosse appassionato di astrologia come lo era lui, era scorpione). È figlio di Livia Drusilla e dell’omonimo Tiberio Claudio Nerone (un poveraccio che a Filippi si era schierato dalla parte sbagliata).
La sua è una famiglia benestante, ma la vera svolta arriva quando entra a far parte dei giochi augustei. Augusto infatti sposa Livia nel 38 a.C., dopo un rapido e poco rimpianto divorzio. In questo momento, forse, possiamo trovare il primo trauma importante nella vita di Tiberio: il distacco dal padre. Egli viene privato di una figura essenziale per la sua crescita, che non verrà mai rimpiazzata, dal momento che Augusto lo adotterà solo in età adulta come suo successore e non costituirà mai per lui una figura paterna.
Si ritrova così catapultato in una nuova vita, una nuova realtà, a soli quattro anni.
In ogni caso, cresce con la migliore delle educazioni che all’epoca si potesse ricevere ed ha un matrimonio importante: nel 20 a.C. sposa Vipsania Agrippina (no, non quella di cui ho scritto l’altra volta, questa è figlia di Agrippa e della prima moglie, dunque omonima e sorellastra di Agrippina Maggiore), i due sono profondamente legati ed avranno un figlio, Druso Minore (il bambino porta lo stesso nome di suo fratello Druso Maggiore).
Ma il destino ha in serbo per lui una serie di stilettate al cuore (dalla regia mi dicono che Boromir ha sofferto meno alla quinta freccia dell’Uruk-hai). Augusto gli impone di divorziare dall’amata Vipsania, ancora incinta, per sposare sua figlia Giulia, questo matrimonio nato nell’ombra dell’infelicità si conclude nella disperazione, collassando irrimediabilmente dopo la morte prematura del loro unico figlio. Tiberio nel suo tormento non smetterà mai di pensare a Vipsania, ci racconta Svetonio che, quando si rividero dopo il divorzio, lui la osservò con uno sguardo tanto felice e commosso che si ebbe premura di non farla più comparire davanti ai suoi occhi. Solo poco tempo dopo, Druso muore improvvisamente in seguito alle complicazioni di una ferita riportata cadendo da cavallo. Tiberio cavalcò per un giorno e una notte, scortato da un solo uomo, per coprire le duecento miglia che lo separavano dal fratello, solo per stringerlo tra le sue braccia mentre esalava l’ultimo respiro.

Queste sono le difficoltà che Tiberio si ritrova ad affrontare solo nel primo trentennio della sua vita (decisamente una serie di sfortunati eventi), alle quali si aggiungono ovviamente le pressioni di Livia e di Augusto, insomma tutto ciò che derivava dall’appartenere alla famiglia imperiale.
Chi di noi non sarebbe uscito psicologicamente devastato da queste perdite e sofferenze? Tuttavia gli storici antichi (e anche moderni, maledetti insensibili) sembrano avere ben poca compassione per i suoi tormenti. Svetonio ci dice che aveva il potere di vedere per pochi secondi nelle tenebre della notte, Tacito sfoga su di lui tutto il suo rancore accusandolo di falsità, ipocrisia e crudeltà. Lo definiscono in generale un personaggio misterioso, parola sicuramente da non intendere in chiave positiva. Sembra quasi non umano, l’attribuzione di un potere animalesco volge proprio a disumanizzare la sua immagine riportando alla mente qualcosa di tetro e oscuro, quasi demoniaco. La verità è che i Romani alle volte sapevano essere un po’ ottusi, poco aperti alla comprensione del diverso che questa diversità fosse fisica, culturale o psicologica. Noi oggi come avremmo descritto un personaggio simile? Probabilmente con due aggettivi: asociale e depresso.
Ma l’antica Roma era un luogo dove l’esteriorità, il dialogo, il pubblico erano aspetti essenziali della vita quotidiana. Nel caos del foro, non poteva esserci spazio per un animo sensibilmente turbato e introverso come quello di Tiberio. Per questo egli cerca spesso rifugio lontano dall’Urbe, a Rodi o a Cipro, luoghi di quiete e serenità dove può fare pace con i propri pensieri. Tuttavia, anche quando si allontana arrivano le malelingue, nate dall’ignoranza e dall’incomprensione. Tiberio in quei ritiri molto probabilmente non si dedicò a vizi e lussurie, come insinua Tacito, ma continuò a dedicarsi allo Stato, mantenendo fede all’impegno che con reticenza aveva assunto alla morte di Augusto. Proprio quando giunse il momento della successione, infatti, egli si era dimostrato titubante e in risposta a coloro che lo esortavano ad accettare senza troppi ripensamenti affermava: “non sapete quale bestia mostruosa sia l’Impero“.
Svetonio dice che queste parole fossero solo parte della sua commedia, non sono d’accordo. Io in questa frase vedo racchiuse le più recondite paure di Tiberio, un uomo sensibile, passionale e fedele, che tanto aveva perduto in nome dell’Impero.

Per approfondimenti: 

Spinosa 1997, Tiberio l’imperatore che non amava Roma.

Il principe tenebroso

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Agrippina Maggiore

Un canto in mezzo a tanti sussurri

Studiando storia romana nel corso degli anni ognuno di noi si è fatto un’idea più o meno approfondita su quali fossero gli usi e i costumi di quella società. Generalmente si dice che nell’Urbe fossero gli uomini a comandare dentro e fuori le mura di casa, mentre ben poco spazio era concesso alle donne. Si descrive quindi una società nettamente maschilista.
Con questo post voglio andare oltre quella che trovo una banale generalizzazione del tema, che tiene poco conto dell’evoluzione temporale e sociale del ruolo della donna nell’Antica Roma. Per farlo prenderò ad esempio un personaggio che ovviamente trovo emblematico, ma che soprattutto mi sta molto a cuore

Vipsania Agrippina, meglio conosciuta come Agrippina Maggiore.
È nota a molti perché madre di Caligola (sì proprio il princeps psicopatico che fece senatore un cavallo, altro loci communes su cui avrò modo di riflettere in un altro postmortacci vostra non toccatemi Caligola), ma oggi ve la presento in un’altra veste.
Dopotutto, prima di essere moglie e madre, era una donna

Nasce in una famiglia importante, cosa che in epoca romana può essere una grande fortuna o un enorme disgrazia (non saprei dirvi quale fosse il suo caso).
Parliamo della Domus Augusta: infatti, ella è figlia di Marco Vipsanio Agrippa e Giulia Maggiore, rispettivamente il braccio destro e la spada nel fianco di Augusto.
La piccola Agrippina, dopo aver subito la perdita di entrambi i genitori (vuoi per morte, vuoi per esilio), cresce nel Palatino sotto l’attenzione del premuroso nonno. Augusto ha un’immensa stima per la nipote, sua prediletta, in lei ritrova l’austerità e la severità del padre, ma anche l’orgoglio e la caparbietà della madre. Qui cresce insieme alla seconda generazione di rampolli reali e tra questi conosce il suo futuro marito, Germanico.
A molti storici piace immaginare che l’amore tra i due fu precoce e che il loro matrimonio, in un turbinio di unioni programmate, fosse quello che modernamente chiameremo un’unione d’amore (se ve lo state chiedendo sono ovviamente tra questi e a nostra discolpa posso dire che molte fonti alimentano la nostra fantasia).
Agrippina cresce e viene educata secondo la rigida norma augustea, che non potrebbe far altro che produrre quella che nell’immaginario comune sarebbe una matrona per eccellenza (tutta “domus et templum”). Ma proprio tra quelle mura ella ha modo di osservare quanta importanza abbia la voce di una donna. Sicuramente la sua attenzione sarà caduta sulle trame di Livia o sull’autoritaria Antonia. Queste donne non facevano valere la propria voce urlando, ma sussurrando o addirittura tacendo. Forse è per questo che oggi il loro eco non è arrivato, non trovando spazio nel nostro immaginario dove hanno la proprietà le cose appariscenti ed eclatanti.
Agrippina, altrettanto silenziosa, apprende: entra in confidenza con l’arte della simulazione e della dissimulazione (per la gioia di Torquato Accetto), impara ad esigere rispetto in nome del proprio sangue e della propria stirpe, ma impara anche a sussurrare un po’ più forte di tutte le altre. Lei rompe gli schemi, impadronendosi di quei ruoli definiti esclusivamente come maschili. In Germania, infatti, non si limitò ad essere l’ombra del marito, ma prese spesso in mano le redini, facendo storcere non poco il naso a Tiberio.
Lei stette sempre in prima linea per offrire cibo e cure ai legionari.
Lei impedì la demolizione del ponte sul Reno, quando si diffonde la voce che parte dell’esercito germanico si stava avvicinando all’accampamento, permettendo così il rientro delle truppe romane e di Germanico.
Fu solo nel vedere lei, incinta e con Caligola di circa due anni in braccio, che i legionari cessano la rivolta ad Ara Ubiorum.
In queste occasioni ella fu molto più di una semplice matrona,
trasformò il sussurro in un canto.

Si espose pubblicamente, guadagnandosi in questo modo l’amore del popolo e delle truppe. Sicuramente non quello di Tiberio, che disturbato dalla sua caparbietà e influenza, la fece imprigionare a Pandataria, non senza che prima le percosse di un pretoriano la rendessero cieca ad un occhio. Tuttavia, questo sicuramente non smussò il suo animo, né indebolì il suo canto, il cui eco continuò ad allietare Roma finché non rimase soffocato dall’inedia.


Per approfondimenti:

Braccesi 2015, Agrippina la sposa di un mito.